Emozioni, il nostro lato “analogico” – parte 1

Credenze, emozioni, motivazioni

Ovvero, il sentiero della vita – parte 1 di 2

di Mario Fanfani, gennaio 2014

1. Da Seneca alla Nussbaum

“Le passioni, è un fatto innegabile, derivano in un certo senso da un’origine naturale. La natura ci ha affidato la cura di noi stessi; ma se si è troppo compiacenti in questa cura, si cade nel vizio. La natura ha mescolato ai nostri bisogni il piacere non come un fine da perseguire ma come un’aggiunta destinata a rendere più gradite le funzioni necessarie della vita (…)”

Lucio Anneo Seneca, “Lettere a Lucilio”, lettera 116, “Bisogna cacciar via le passioni”.

seneca

Da quest’intuizione stoica sulle emozioni, peraltro già velata di pregiudizio nei loro confronti, trascorsero secoli prima che l’intelletto dell’uomo fosse in grado di ragionare nuovamente sulle emozioni con sufficiente libertà per giungere a scorgere tracce della loro vera natura. Infatti, dopo la teoria periferica della fine del XIX secolo, la teoria centrale dell’inizio del XX, quella dell’arousal e la cognitivo-attivazionale rispettivamente degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso si giunge alle più moderne teorie psicoevoluzionista e dell’appraisal negli ultimi scorci del secolo XX per scoprire una volta di più, seppure con occhi diversi, che “non c’è nulla di nuovo sotto questo cielo se non il dimenticato”. Consideriamo quindi ciò che Martha Nussbaum dice delle emozioni in prospettiva neo-stoica nel suo libro ”L’intelligenza delle emozioni”, da taluni considerato uno dei principali contributi contemporanei alla teoria delle emozioni. Per la filosofa statunitense esse “includono il pensiero” e sono “giudizi di valore” su cose importanti a livello individuale ovvero sono “eudemonistiche”, cioè riguardanti il bene della persona che le prova.

Per Nussbaum, esse possiedono almeno 3 caratteristiche principali:

  1. Sono in relazione ad un oggetto
  2. L’oggetto con cui si relazionano è intenzionale
  3. Esse implicano credenze, spesso complesse, riguardo all’oggetto stesso.

Detto in altre parole, l’ossatura delle emozioni non sono altro che le convinzioni (1) riguardanti un oggetto esterno e significativo per l’individuo che le prova. In questo senso, più profondi e fondanti delle nostre credenze possiamo forse trovare in noi stessi solo ciò che Jung ha definito “archetipi”. La Nussbaum dice che le emozioni ”riconoscono il nostro essere bisognosi e la nostra incompletezza rispetto a cose del mondo che non controlliamo pienamente”. Interessante e pertinente a questo proposito mi pare il concetto gestaltico del Sé, il quale ad ogni istante è definito sul confine tra organismo ed ambiente. In questo senso, se è vero che ciò che è esterno all’individuo, se ritenuto significativo, genera emozioni, allora anche le emozioni, essendo relative ad un oggetto esterno, hanno senza dubbio una funzione importante, se non fondamentale, nel definire il Sé. Esse sono così profondamente legate alla struttura delle credenze più personali di un individuo, che a volte cadiamo nell’errore di credere che qualche cosa sia vero solo perché genera in noi una forte emozione, costruendo così noi stessi la realtà delle nostre convinzioni.

2. Emozione e difetto di base

Mi porgo a questo punto una domanda, ovvero mi chiedo se il “difetto di base” di cui parla Michael Balint, che tutti in modo diverso portiamo con noi, possa lasciare una traccia emozionale profonda, così profonda da risultare fondante. Mi chiedo cioè se questa insicurezza di base, che ci spinge a dipendere da altri od al contrario a rischiare per rassicurarci sulle nostre capacità, sia accompagnata da una emozione prevalente, “un’emozione di base” e se quindi quest’emozione antica possa diventare in qualche modo uno stato affettivo radicato, una sorta di sentimento fondante nei confronti della vita che in modo significativo contribuisca a segnare il nostro cammino di esseri umani.

Questa “emozione di base prevalente” ricorda da vicino il concetto di “sensazione radicale” (2) che il professor G. Nardone pone come base profonda dei fallimenti che ognuno di noi affronta di tanto in tanto nell’esistenza. Egli insegna infatti che l’origine di molti nostri problemi risiede nell’applicazione da parte nostra di strategie di comportamento non adeguate alla situazione contingente. Si tratta dell’applicazione ridondante di tentativi di soluzione inadeguati che di fatto generano il problema, se non addirittura vere patologie, e questo, a parte possibili eccezioni positive solitamente casuali, è legato a nostre incapacità strategiche a loro volta figlie di incapacità primarie che trovano il loro fondamento nella nostra “sensazione radicale” prevalente.

In qualche modo insomma, in modo formalmente diverso ma di fatto rispecchiante il modello psicodinamico di Balint, egli vede questa emozione antica come una nostra scelta emozionale di base nei confronti del mondo, il che è come dire che il modo in cui il bambino “risolve” il problema del rapporto iniziale con la madre diventa l’archetipo del modo di risolvere tutti gli altri problemi che la vita gli presenterà. Quando abbiamo scelto un colore dalla tavolozza delle emozioni di base, esso resterà lo sfondo del quadro della nostra vita. Cosa fare dunque se tale colore non è il giallo o detto in altri termini, se tale “emozione di base prevalente” non è la pura gioia? Nel caso infatti l’emozione di base non sia pura gioia sgombra di aspetti legati al piacere terreno, il che è per lo meno raro, essa altro non è che il nostro “peccato originale” la causa del nostro personalissimo “inferno”, ciò che trasforma il mondo in una “valle di lacrime”.

Quindi ricapitolando ed ordinando un po’ queste prime righe, possiamo dire che le emozioni colorano la nostra esistenza sin dalle origini, dal nostro “difetto di base” o forse prima, esse concorrono a definire l’umore di base dei nostri giorni, il loro sfondo per così dire, e sottolineando quotidianamente ciò che per il nostro essere è importante concorrono a definire i suoi stessi confini, il suo limite.

 

Note:

1) Mi pare che il termine “convinzioni” risulti per molti versi equivalente a “credenze”, dove la differenza sta forse solo nel diverso livello di consapevolezza e comprensione che le contraddistingue, non nel genere di costrutto mentale che esse descrivono, che è a mio avviso sostanzialmente lo stesso. Nello sviluppo del discorso utilizzerò quindi i due termini quasi come sinonimi, fatto salvo per l’aspetto relativo alla profondità del loro radicamento di esse nella nostra psiche: considererò il termine “credenza” come legato a valori più profondi e fondanti e spesso meno consapevoli per l’individuo di quanto siano i valori rappresentati per il singolo essere umano dalle sue proprie “convinzioni” che in genere tingiamo di maggiore razionalità.
2) Nussbaum ragiona nel suo libro, citato in apertura, sullo spazio che si deve concedere al ruolo delle sensazioni nel trattare di emozioni, in particolare consce, da lei considerate le più tipiche. Tratta specificamente il caso del piacere e del dolore, elencate da Nardone assieme a paura e rabbia tra le 4 sensazioni radicali. Nussbaum definisce il piacere come sensazione rispecchiante piena libertà di essere ed esprimersi, ovvero “piacere di” e parla aristotelicamente di dolore come di “dolore per”, ovvero come “stato intenzionale con contenuto cognitivo”. A mio parere può generare ambiguità il fatto che entrambe queste sensazioni contengano sia una valenza fisiologica, forse originaria, sia una legata all’emozioni e quindi dotata di contenuto cognitivo, quella cui si riferisce Nardone.

 

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mario

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