Rabbia, ansia, depressione – Parte 3

Un’eterna ghirlanda di spine

Un tributo a Lorna Smith Benjamin – Parte 3
Di Mario Fanfani, aprile 2014

Nelle parti 1 e 2 del presente scritto abbiamo brevemente tratteggiato il significato adattivo di rabbia, ansia e depressione, collegandole con le funzioni del sistema nervoso autonomo, dando quindi alla nostra analisi un taglio, per qualche verso “etologico – evolutivo”. Desidero approfondire ora alcuni aspetti più propriamente psicologici, collegabili quindi al “life coaching” ed alla terapia in generale.

Posti che si sia davanti a dei sintomi, quali appunto rabbia, ansia e depressione possono diventare se cominciano a perdere la loro funzione adattiva originale, è sempre corretto considerarli in prima battuta come una risposta ad una minaccia, vera o presunta, ma comunque in ogni caso percepita dal soggetto come reale.Questo è quindi profondamente coerente e coincidente con 2 delle 3 funzioni di base del sistema nervoso autonomo, ovvero:

1. Riconoscere e gestire la minaccia
2. Trovare sicurezza per l’organismo minacciato

Le domande da porsi di fronte a tali sintomi sono quindi due:

1. Qual è la loro funzione?
2. Qual è il loro impatto?

All’origine di tali sintomi vi è un problema di percezione che attiva (in maniera non adattiva) il sistema nervoso simpatico responsabile della gestione della minaccia. Cognitivamente l’apprensione per la minaccia è la prima ad apparire e la risposta profonda ed adattiva ad essa è la ricerca di una “base sicura” ovvero della sicurezza, compito specifico del sistema nervoso parasimpatico. In altri termini, la non corretta percezione di una minaccia porta all’attivazione del sistema della sicurezza e questo fraintendimento del sistema parasimpatico è l’origine primaria di:

• Dipendenze (da tabacco, o da alcool per esempio)
• Disordini alimentari (per esempio le diete infinite)
• Altri comportamenti maladattivi o addirittura estremi

Quali opzioni sono possibili per fronteggiare tali situazioni?
Il coaching si occupa sostanzialmente di modificare la percezione origine del problema.
Ovviamente altre soluzioni sono possibili, a seconda della gravità della situazione, dalla psicoterapia alla cura farmacologica in grado di aumentare la nostra sensazione di sicurezza.

La catena degli avvenimenti è quindi la seguente:

1. Percezione della minaccia (vera o presunta ma sempre percepita come concreta)
2. Emozione relativa alla minaccia (ansia, rabbia, depressione)
3. Attivazione di un comportamento (fuga, attacco)

Il nostro cervello è capace sostanzialmente di 2 tipi di cognizioni:

1. Sottocorticale primitiva (del così detto “cervello rettile”)
2. Corticale evoluta (tipica dei primati e degli esseri umani)

Abbiamo due tipi di cognizioni perché abbiamo in effetti 2 cervelli e tutto questo è positivo poiché il cervello primitivo raccoglie cognizioni solo su minaccia e sicurezza, spesso in maniera automatica, mentre siamo liberi di generare un’attività corticale non correlata a minaccia e sicurezza!

Nel caso di minaccia il cervello primitivo prevale, è più veloce, ed interrompe i livelli corticali. Questo accade per il semplice fatto che in situazioni di pericolo spesso semplicemente non c’è il tempo di riflettere, basti pensare a come reagiamo “d’istinto” quando saltiamo sul marciapiede per non essere investiti da un veicolo apparso all’improvviso. Grazie cervello primitivo!

Cosa succede quindi se il livello sub-corticale primitivo e quello corticale evoluto “non sono in linea”?
Per comprendere questo è scientificamente utile analizzare i processi di apprendimento che avvengono nell’età infantile.

Tornando all’esempio fatto nella prima parte, utile per semplicità e chiarezza, immaginiamo nuovamente di essere scimmie nella giungla. Siamo cuccioli ed affrontiamo il problema di vitale importanza di capire cosa sia il pericolo.

Alcune cose relative al pericolo le conosciamo d’istinto, come ad esempio avere paura dell’altezza.
Questo livello di coscienza è legato alla nostra base genetica.
Considerando il genoma come indicatore di “programmazione” dell’organismo ci accorgiamo però che paradossalmente gli esseri più semplici, ovvero le piante, sono più “programmate” cioè possiedono il genoma più complesso. Negli animali la base della complessità è invece l’interazione tra geni ed ambiente, alla quale è legata l’epigenetica.

Quindi, tornando al cucciolo nella giungla, chi copiamo, chi imitiamo per capire cosa sia il pericolo?
La risposta è semplice, ovvero i genitori o la figura di attaccamento. Questo tipo di apprendimento primario è implicito, automatico!

Gli studi di etologia hanno da tempo dimostrato che si diventa figure di attaccamento semplicemente essendo presenti. L’essere presenti e familiari in una determinata fase dell’evoluzione, solo questo. Non ha nulla a che fare con la “funzione”, poiché il socializzare dipende da un processo differente.

Detto in alte parole, l’informazione passa da una generazione ad un’altra di organismi tramite un processo di copia (DNA, RNA, proteine ecc.) ed un processo simile avviene con ciò che apprendiamo dalla figura di attaccamento ovvero tramite un secondo tipo di processo di copia!

I processi di copia sono i seguenti:

• Identificazione
• Ricapitolazione
• Introiezione

Quindi il comportamento è associato ad emozioni.
Il processo normalmente adattivo è: percezione, emozione, comportamento.

Ora si consideri che l’apprendimento relativo al sistema della minaccia è permanente.
La regola per il cucciolo è fare ciò che la figura di attaccamento fa o si aspetta che egli faccia.
Le rappresentazioni interiorizzate a questo proposito sono profonde e non vengono mai messe in discussione.

Un esempio adattivo è: “attenzione! Il serpente è pericoloso! Tale tipo di messaggio rimarrà per sempre!

Purtroppo lo stesso meccanismo può promuovere a volte anche messaggi patologici che governeranno il cucciolo diventato adulto. Poiché tali rappresentazioni profonde non vengono mai messe in discussione, il semplice cambiare la situazione / contesto a volte non risolve il problema.

Qui si giunge al limite di quanto si può definire propriamente “life coaching” per entrare nell’ambito della psicoterapia e della psichiatria.

 

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mario

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